Bron Y Aur

Vol4 reviews

Vol4Bron y Aur
“Vol4”



Rock It
Massimiliano Osini

Insieme dal 1995 i quattro Bron Y Aur non hanno mai fatto mistero di guardare agli anni ’70 per la propria ispirazione.
Con questo mini Cd di venti minuti si prodigano in un vero e proprio tributo a quell’epoca esaltando l’hard-rock di Black Sabbath e Led Zeppelin attraverso strutture mutuate dal jazz e dal kraut rock con frequenti divagazioni psichedeliche alla Hawkwind e Grateful Dead.
Il senso dell’operazione viene subito a galla con “Superkraut” un brano che “spacca” nel senso più metallaro del termine. Si rientra (riesce?) nei canoni con “M 2424” una libera improvvisazione strumentale acida e dissonante che mostra l’intesa perfetta raggiunta dai quattro ma anche un pizzico di cerebralità tipica di certo tardo prog. “Amanita’s Mood”, con le sue chitarre a briglia sciolta, lo spartito arzigogolato e la struttura in libertà è l’escursione più esplicita nel campo della psichedelia selvaggia. Si chiude con due “scherzi”, la cover di un vecchio blues di Sam Cooke, in cui Luca Ciffo sfoggia per la prima volta la sua voce da crooner e una simil cover dei Black Sabbath del quarto album (citato anche in copertina).

Kathodik
Rino Borselli

Attivi da una decina d’anni, i milanesi Bron Y Aur in questa quarta prova ridefiniscono le coordinate del loro suono mettendo in mostra tutta la loro passione per il Rock –sia esso Hard o psichedelico- degli anni ‘70.
Già il titolo e la grafica (bellissima la veste “vinilitica” del dischetto) di questo mini album sono un chiaro omaggio ai Black Sabbath, ma è soprattutto la musica che, rispetto ai due dischi precedenti, abbandona certe destrutturazioni per percorrere strade più tradizionali sebbene sempre pervase da elementi psichedelici e Krauti. In tutto il disco domina una forte vena improvvisativa, soprattutto per i riff di chitarra. L’iniziale Superkraut è un magma sonoro sostenuto da un giro di chitarra reiterato ed ipnotico e da forti linee di basso; la più dilatata M 2424 è una sorta di jam-session acida e dissonante; Amanita’s Mood, con le sue chitarre imbizzarrite e dall’andamento circolare ricorda le escursioni lisergiche dei compagni di etichetta Rosolina Mar; Bring It on Home to Me, cover di Sam Cooke (anno 1962!), è l’episodio più insolito per il gruppo trattandosi di una canzone vera e propria che però viene “sporcata” a dovere nel finale. C’è anche una traccia nascosta in cui i quattro si cimentano in un breve “scherzo” Hard-Rock, ulteriore omaggio alle loro radici.
Insomma, 21 minuti di musica che confermano la bravura e la versatilità di un gruppo che riesce sempre a rinnovarsi ed a stupire.

Freak Out
Fausto Turi

Il nome scelto da questo gruppo milanese è mutuato da una bella canzone dei Led Zeppelin, mentre la copertina ed il titolo del disco sono una palese dichiarazione d’amore verso il quarto dei Black Sabbath, inoltre la musica e lo spirito rigoroso nell’esecuzione e nella compoizione rivendicano la vicinanza artistica nei confronti di band quali King Crimson, Amon Duul, Area: tutti riferimenti relativi ad un preciso e circoscritto periodo storico musicale – l’inizio degli anni 70 –, dunque? proprio così... i Bron y Aur ci ricordano anche con questo loro quarto lavoro – dopo l’esordio omonimo conosciuto come “Red Album”, poi “Quien Sabe?” ed il recente “Between 13 & 16” – quale irripetibile momento creativo si raggiunse allorchè hard rock, psichedelia e progressive esplosero contemporaneamente in Gran Bretagna, lanciando artisti ed idee che ancor oggi rappresentano riferimenti assoluti per buona parte della musica indipendente.
“Vol.4” è un EP di quattro tracce per una durata totale di 21 minuti, uscita prevista per il Settembre 2005, ed il suo baricentro si chiama ‘Amanita’s Mood’ (non sono bravo con gli anagrammi, ma dal titolo della canzone mi pare possa uscir fuori qualcosa del tipo: “I’m Satana Doom”...): 7 minuti di arditi saliscendi per due chitarre folli e sconnesse tra loro che sembrano emerse da un complicatissimo spartito di Robert Fripp, ed un impianto basso batteria jazzistico e molto possente. Inappropriato e riduttivo parlare di stoner rock con riguardo a questo gruppo, secondo me. Appare invece interlocutoria ed irrisolta ‘M2424’, improvvisazione anch’essa strumentale che mostra le strepitose capacità tecniche e l’intesa perfetta, dopo 10 anni di attività insieme, di Fabio, Luca, Marco e Fiè, ma il pezzo gira a vuoto prima del botto finale proprio come certe irritanti sperimentazioni dei King Crimson nell’ermetico “ThrackAttack” del 96. Poi c’è ‘Bring it on Home to me’, riproposizione di un blues di Sam Cooke del 1962, cantata molto bene qui da Luca Ciffo con voce grassa e piena di sentimento, ed una breve coda sabbathiana come ghost track che non poteva
assolutamante mancare con una copertina del genere.

La Scena
Cristina Fontanarosa

Per finire questo breve riepilogo vi ricordo anche il Vol4 dei Bron Y Aur. Quattro canzoni uscite nel settembre 2005 in una bella confezione cartonata. Già conosciuti ai più per i loro precedenti demo, non fanno mistero di essere cresciuti ascoltando Led Zeppelin e Sabbath. Sono stati però fulminati dal kraut rock tedesco che hanno mixato con il jazz dando vita ad un originalissimo risultato. Insomma un'altra perla in casa Wallace!

Sands Zine
Alfredo Rastelli

Particolarmente interessante è il nuovo mini cd dei Bron Y Aur, band al quarto album, come si evince anche dal titolo del disco: al pari del loro primo album, anch’esso un ep, questa loro nuova uscita si immerge nella tradizione del rock americano, hard e psichedelico (si chiude un cerchio?). Una componente, questa, che nei due precedenti dischi veniva scomposta, rielaborata e soprattutto rivitalizzata a contatto con l’improvvisazione e le istanze più avant. Adesso invece si ritorna alla scrittura, alla composizione e soprattutto alla purezza di quella musica che da sempre è nel background dei quattro musicisti. Quattro spettacolari cavalcate originali, eccetto la cover di Sam Cooke, bring it on home to me, in cui compare per la prima volta nella loro musica una voce cantante (chissà se anticipa degli sviluppi futuri in questo senso), che spiccano per il suono globale e soprattutto per le chitarre, ormai diventate un marchio di fabbrica. Dei
grandi.

Komakino
Paolo Miceni

Oh, beh, amo quando l'artwork fa apparire un cd come un vinile vecchio stile.. ed è quello che potreste ritrovarVi fra le mani, acquistando questo ep. Nota: oh, cristo, il Loro precedente album, Between 13 & 16, è di quattro anni fa! - Cmq, le precedenti attitudini nervose kraut rock sembrano sopite, e in effetti queste tracce abbracciano di + una visione hard rock anni 7o, tra lo strumentale e cose con voci, sorta di psichedelia che incontra riff freejazz ipnotici, - tutto che cozza al meglio in un buon sentimento di insieme su M2424, con linee di basso e chitarra forti, - e Amanitas's Mood, sorta di improvvisazione stile libero, sul minimale, per oltre 7 minuti. E, la scaletta, include improvisamente anche una cover degli anni 6o, - credo, - Bring It On Home To Me, (forse di Sam Cook?), una ballata completamente estemporanea alla loro produzione.

Oh well, i love when artwork makes appear a cd like an old style vynil.. and that's what You can have in Your hands buying this ep. - Note: oh, gods, Their previous album, Between 13 & 16, was four years ago! - Btw, former nervous kraut rock attitudes seem to be now far, - actually on these tracks They are embracing more a hard rock 7o's style, between instrumental and things with vocals, kind of psychedelia meeting hypnotical freejazz riffs, - all fairlygood fitting with a good feeling on M2424, with strong guitars and bass lines, and Amanitas's Mood, sort of minimal freestyle improvvisation for about 7 minutes. And, tracklist features suddenly a cover of 6o's - i guess - Bring It On Home To Me, (maybe by Sam Cook?), - a ballad completly alien to Their production..

Post-it Rock
Andrea Ferraris

Che i Bron y Aur fossero tornati all'hard psichedelia l'avevo già sentito vociferare, poi me ne sono reso conto vedendoli suonare al Baa-fest. Se la copertina di un disco è un biglietto da visita, quella di questo mini è una parodia dell'imbattibile “Vol. 4” dei Black Sabbath, comunque di Iommy-Butler-Ward-Osbourne si respira un po' l'aria e si sente nella traccia d'apertura “Superkraut” (la parodia continua), che per certi versi sembra l'erede di “After Forever” (e scusate se è poco). Forse la cosa che più ricorda il gruppo in cui cantava Ozzy è il suono, in fin dei conti,
sicuramente i Led Zeppelin saranno anche stati i papà di un po' tutti, ma è altrettanto vero i Sabbath sono lo “zio a cui tutti vogliono assomigliare da grandi”. I Bron y Aur giocano tanto sul modo di suonare da non risultare minimamente un gruppo stoner, semmai dei “finti passatisti”. “M 2424” smembra i primi Krimson per accorparne i resti a Beefheart, “Amanita's mood” invece torna verso il rock ma con una vena di pura hard psichedelia rispetto alle tracce che la precedono, a tratti ricordano un po' i Dead Meadow (sulla cui classe ogni aggettivo è sprecato). In chiusura una cover di Sam Cooke (“Bring it home to me”) dove tutto va liscio come l'olio fino alla fine dove i lombardo/sardi aggiungono un suo tocco del tutto personale tanto per ricordare che “Quien sabe?” era l'episodio precedente. Blow up aveva
“Between 13 and 16” e ad alcuni era piaciuto molto anche il super “cut-up” rielaborato di “Quien sabe?”, per quelli che invece amavano i Bron y Aur degli albori, una specie di “flash back”. In tempi in cui gli Oneida spopolano, una gradita sorpresa.

Movimenti Prog
Donato Zoppo

Questi ragazzi fanno davvero sul serio. Scelgono un nome celebre per motivi zeppeliniani (ricordate Bron Y Aur, la località gallese dove il dirigibile produsse "Led Zeppelin III"?), intitolano un pezzo "Superkraut", in un altro studiano l'Amanita, prendono per il culo i Black Sabbath scimmiottando la copertina di "Vol. 4", fanno persino una cover di Sam Cooke! Ottimi i milanesi Bron Y Aur, con il loro rock frastagliato, un po' teutonico-krauto un po' stonereggiante (la veemente opener "Superkraut"), dedito tanto ad aperture psichedeliche quanto ad infiltrazioni free jazz, come se fossero una versione rockettara e maleducata degli Anatrofobia. Spaziando dal sound di Can e Guru Guru fino al più recente post rock (è il caso di "M 2424"), il quartetto stupisce e coinvince, anche nei momenti in cui il sound si fa più
sfilacciato e slabbrato. Un basso ciccione, chitarre sbriciolate e baluginanti, frenesia ritmica, un'oasi in cui il suono si fa
materia incontrollata: è "Amanita's mood", un pezzo scarno e grosso al tempo stesso, che prende dai Karate ed estremizza fino a tramortire. In chiusura "Bring it on home to me": il povero Sam Cooke sorriderà, dal soul ad una
cover interpretata con bravura fino a perdere il controllo nel finale, tirando fuori una potente coda sabbathiana. Breve ma conciso e diretto, "Vol. 4" è un dischetto da scoprire. Nel bilanciare pulsioni avant-rock e l'amore per i Seventies, i Bron Y Aur trovano la loro personalità.

Mescalina
Simone Broglia

Vicini oramai al traguardo dei dieci anni di carriera, i Bron Y Aur, sfornano il loro terzo disco dopo il loro primo omonimo del ’99 e “Between 13 % 16” del 2001. Il gruppo milanese viene da sempre avvicinato al rock marcato seventies, quello degli Zeppelin per intenderci, in modo decisamente limitativo ma non del tutto errato per i precedenti lavori. “Quien Sabe?” però ha un suono diverso. “Quien Sabe?” innanzi tutto è un disco strumentale, non che questo pregiudichi un possibile avvicinamento al rock, ma forse la tradizione a cui riagganciarsi è un altra. Potrebbe essere
quella del cosiddetto post-rock che suona nelle corde del gruppo, che prende le mosse da Zappa e negli anni ottanta si muove fra Londra e New York, per sfociare a Chicago con i Tortoise. Il recupero della psichedelica non è l’unico versante in cui si muovono i gruppi strumentali degli anni ottanta. Soprattutto durante la seconda metà si ha nella musica puramente strumentale una forte attenzione verso un passato prossimo, che impone di fare propria
l’esperienza del krautrock, della scuola di Canterbury, di alcune movenze punk. Si sviluppa così un solido versante strumentale sul quale si muovono diversi gruppi, dai primi molto legati al punk alle Sun City Girs o i Jakie-o Motherfucker che puntano invece a rielaborare molto la canzone e la tradizione da cui arrivano. Gli “dei protettori” di questo nuovo modo di vedere la canzone aumentano, si aggiungono Brian Eno e My Bloody Valentine, contribuendo a sviluppare nelle canoniche strumentazioni da rock band un linguaggio totalmente diverso che ne muta forse irrevocabilmente l’estetica. Cambia il concetto di ritmica che è non più l’asse portante con cui far muovere il pezzo, non più il beat che segna una scansione, ma una palude di ossessionante distensione elettronica. I pezzi di “Quien Sabe?” si muovono in questa direzione. Vi è l’intento quasi costante di sfilacciare la canonica forma della canzone slegandone le parti, rompendone le ritmiche, modificandone la velocità durante l’esecuzione. Alla strumentazione rock
viene affiancato l’apporto essenziale dei nastri. “Quien Sabe?” è un disco sfumato e poliedrico che si impone all’ascolto lentamente, magari a partire dal suono ossessivo di “Suond 009” oppure dal sassofono che suona in “Rosto Gramash”, un pezzo praticamente jazz. Sono gli echi, i suoni ed i rumori ad imprigionare l’ascoltatore una volta entrato nel cerchio sonoro di questo disco che si chiude in modo significativo con “Come si esce di qua adesso?”.

Comunicazione Interna
Luciano Mastrocola

La psichedelica aria che si respira in “Quien sabe?” rimanda ad ascolti leggendari di un tempo, quando i vinili continuamente solcati dalla puntine dei giradischi, rivestivano stanze di variopinti colori e raffinate figure sinusoidali.
Per festeggiare gli imminenti dieci anni di attività i milanesi “Bron y aur” ci donano un terzo album bello, preziosissimo, da ostentare dentro e fuori il panorama underground nostrano. Undici brani registrati, arrangiati e mixati tra l’agosto del 2002 e lo stesso mese dell’anno successivo, con il contributo dato loro da Xabier Iriondo e Paolo Cantù, ottimi nella
parte a loro assegnata, agevolati da un panorama sonoro che da anni masticano piacevolmente e di cui sembrano essere sempre più preparati. Fluttuanti trame di chitarre, percussioni incisive, basso,nastri e fiati convivono benissimo, scavando sino a giungere a radici che hanno aspetto di figure fantastiche, non del tutto definite, ma capaci di stupire e
di dettare ordini, come nel caso della westeriana “Non comprarti pane con este dinero” o il reading trascendentale di un classico poeta respinto ai margini in “The poetry reading”. Ma l’originalità dei “Bron y aur” non è fatta solo di artifici psichedelici; una certa devozione al free-jazz nella concezione più avanguardista è possibile riscontrarla in quasi tutta
la complessità dell’opera, intervallata con spiazzante gusto, da atmosfere thriller di cui “Dieci passi” sembra essere colma sino all’inverosimile. Musica essenzialmente colta, seme da gettare orgogliosi in un campo sempre più sterminato e sfruttato male, che bisogna di una seria rizollatura magari sfruttando strumenti efficaci come quelli forniteci appositamente dai “Bron y aur”.

I-Dbox
Francesco Casuscelli

Il rock è di quello buono: spontaneo, sincero, genuino. Anzi, il rock c’è ma scompare. Scompare e ricompare per scomparire subito in chissà quali meandri sonori, forse quelli che conducono al free jazz, al soft blues. “Quien Sabe?” – terzo lavoro degli italianissimi Bron Y Aur – è un disco (rock, per l’appunto) che non lascia indifferenti, complice quel suono leggermente industriale ma nel contempo così chic… Domanda pertinente e naturale: i Bron Y Aur, dunque, fanno musica chic, musica alla moda? In questo contesto sonoro, il termine “chic” va ripreso e rimodulato: “Quien Sabe?” è un album estremamente elegante, addirittura stravagante, che non cerca di piacere, ma che è impossibile non notare in mezzo ad altri prodotti. E’ un album chic nel senso che rapisce l’attenzione dell’ascoltatore con classe, seduce ma con garbo. Il cd finisce e ti vien subito voglia di rimetterlo daccapo. “Quien Sabe?” è un esercizio stilistico ben riuscito: è privo del brano “scala-classifiche” ma onestamente non se ne sente l’assenza, la mancanza. Tutto sta bene nel posto in cui è. Brani come “dieci passi” o “i padroni del vapore” valgono da soli il costo del cd. Ottima anche la nona traccia, “Sound 009”. In conclusione: disco (strumentale) da ascoltare con la mente sgombra da pregiudizi.

Liberazione
Il free rock diventa adulto. A dispetto di chi li dava per dissolti, i Bron y Aur tornano a noi con un album che affonda nuove sciabolate decostruttive nei confronti del rock. Il tema trainante è quello della ribellione, della rivolta, e i brani, pur senza perdere la spontaneità delle jam session da cui nascono, sono più definiti del passato. Non è un caso quando il mixer è nelle mani di Xavier Iriondo e Paolo Cantù.

In your eyes Zine
Dolorian Gray

Copertina citazionale e titolo pure. Premetto che quando mi capita di imbattermi in situazioni come queste, rimango prevenuto su quello che poi andrà a costituire il vero lavoro. Per fortuna stavolta le cose se non da subito quasi, hanno permesso al sottoscritto di andare oltre e di ascoltare nella sua massima accezione del termine il disco. I Bron Y Aur sono una band curiosa e stimolante, che fa venir voglia di essere ascoltata e soprattutto capita. Non è facilissimo e non so se ce l’ abbia fatta, ma comunque sono rimasto sicuramente folgorato da un brano su tutti: “Amanita’s”. E’ a parer
mio il momento migliore del cd, dove la sintesi tra seventies e qualcosa analogo ai Don Caballero viene frullato a meraviglia insieme, con fondamentale semplicità. Ecco: maggior semplicitàe maggior “ sporcizia” potrebbero giovare a questa band per consolidare un già buono contenuto.

Ondalternativa
Rocco d'Ammaro

Al decimo anno di carriera i Bron Y Aur escono con il loro quarto album, o meglio un ep come il primo lavoro, che riporta, come nei precedenti casi, il numero di uscita. Il quartetto continua nell’opera di ricerca strumentale (leggesi improvvisazione) che la decennale esperienza ha portato a basi solide ed innovative. Il filo conduttore, di tutti i lavori targati Bron Y Aur, è stato sempre quello di non rinchiudersi e crogiolarsi in un unico genere, ma piuttosto quello di andare alla ricerca di qualcosa dove poter indagare e cercar di spingere il proprio orizzonte sempre un po’ in più in là.
In questo quarto volume ci ritroviamo innanzi ai brani come delle creature a sè stanti. “Superkraut” è debitrice ad un certo hard rock seventies con capo fila nei Black Sabbath, “M 2424” appare come un blues sporco dalle tonalità
rarefatte per poi passare al rock acido dove le chitarre sono gli attori protagonisti in “Amanita’s mood”. “Bring it on home to me” è la destrutturazione e ricostruzione di un blues secondo i canoni dei Bron Y Aur. Quest’ultimo brano lascia un po’ perplessi, vista la versione originale di Sam Cooke, ma al secondo ascolto tutto appare logico nella sua
illogicità. Interessanti!

Territorio Musicale
Stefano mauro

Lascia davvero poco spazio questo mini di 4 brani che vanno a comporre Vol. 4 2005 dei Bron Y Aur. Poco spazio per i pochi brani ma soprattutto poco spazio per il nulla da dire sul progetto proposto. La miscela utilizzata è quella già ampiamente sfruttata da gruppi di ben altro calibro provenienti dagli anni '70 ormai consacrati a idoli del Rock mondiale. Le restanti cose da dire potrebbero far riferimento allo stile dei Bron Y Aur, che aimè delude ampiamente risultando nel complesso una brutta copia dei gruppi ispiratori.