Bron Y Aur

Between 13 & 16 reviews

Between 13 & 16
Bron y Aur
“Between 13 & 16”



Sensorium
Michele Chiusi

Hanno il nome di un pezzo dei Led Zeppelin e sono italiani, ma non c'entrano nulla nè con i Led Zeppelin nè con l'Italia. Ne leggo come di un gruppo progressive ispirato ai King Crimson. Si dicono e si leggono tante cose nella vita.
Spesso non vere. Ma chi sono i Bron Y Aur? E soprattutto che musica fanno? Mi risultano essere un gruppo milanese con una piccola ma consolidata fama nel circuito underground, qualche articolo su riviste a tiratura nazionale (quelle belle, con le foto a colori, per intenderci), un piccolo passaparola tra gli appassionati, ecc.. Between 13 and 16 non è il loro primo lavoro, ma non conosco nulla della loro produzione precedente e l'affronto con curiosità. L'incipit è già programmatico: digressioni improvvisative per chitarra, percussioni e clarinetto, mi vengono in mente gli Henry Cow, il riferimento è alto e il pezzo è ben gestito anche se a tratti si perde in effettismi un pò gratuiti. Si prosegue con il secondo pezzo che parte con un riff chitarristico non distante da certi cazzeggi di Fripp ( tipo "Thrakattak" per intenderci) per poi dispiegarsi in un asciutto minimalismo già sperimentato dai Don Caballero. Il resto del CD è tutto su queste coordinate, i riferimenti sono ben evidenti però la materia mi sembra trattata con competenza. Certo, a volte si esagera in spontaneismo e il gruppo soffre chiaramente di una certa auto-indulgenza e certi sperimentalismi, oltre ad essere vecchi come il congresso di Vienna, sembrano fatti apposta per incantare i gonzi che così si sentono più intelligenti, ma è pur vero che spesso la musica si dispiega con un certo fascino, a volte primordiale e psichedelico e certi passaggi molto avantgarde vivono di una fragile astrazione che incanta e quasi emoziona, specie in alcuni brevi inserti fiatistici quasi davisiani. Henry Cow, Don Caballero, King Crimson (molto poco), Derek Bayley (ahimé) e pure certo free-jazz inglese... Si punta in alto, per una volta senza cadere nel ridicolo. Consigliato.

Soda Pop
Emiliano Grigis

I Bron Y Aur hanno fatto degli anni settanta l'humus musicale in cui sviluppano le loro idee: sono cresciuti dapprima con Black Sabbath e Led Zeppelin, poi sono venuti il free jazz ed il kraut. Non tralasciando i primi, sempre più pesano però i secondi nella composizione dei brani, volutamente ricavati da improvvisazioni su cui Jacopo Andreini (onnipresente dove c'è un buon disco) e Edoardo Ricci hanno effettuato i missaggi assieme a Fabio Magistrali (anche lui onnipresente dove c'è un buon disco). Il gusto della jam in effetti si sente tutto e le ricadute sui brani del disco sono più che positive: in alcuni momenti si potrebbe pensare a dei Gorge Trio più votati al rock and roll, e non è poco; i quattro si incontrano naturalmente ad occhi chiusi e i quasi cinquanta minuti del disco scorrono in un'atmosfera onirica tra il serpeggiare dei fiati e gli accennati riff delle chitarre: a volte viene da pensare al delirio che sarebbe uscito da Miles Davis assieme a Jimmy Page con una dose abbondante di acidi...

Drive
Lino Terlati

Between 13 & 16, secondo cd ufficiale dei Bron Y Aur conferma la loro maestria. Suoni creativi, impasti ineccepibili e virate verso il jazz sperimentale. Inventano, riallacciano mosaici, arrivano in punti distanti dall'esordio e ci si riconducono solo per qualche attimo.. Proposta molto più vicina all'avanguardia che al rock e come ricerca più avanti rispetto a tante altre bands, anche se più frammentaria dell'esordio. Musica che si dilata in un campo malleabile durante tutti i 50 minuti del cd, ed è ancora una volta, un gran bel lavoro . Terzo lato straripa di corrente creativa e loops nervosissimi. Speed 6/Intensity 10 è splendida nel suo minimalismo nato dall'improvvisazione. Vi è uno spostamento di tendenze che li ha portati nei lidi dei fratelli Gatto Ciliegia, anche se Getroch:+-3 grom è più classica e rockeggiante ma sempre straordinaria. Come ospite è intervenuto Jacopo Andreini al sax alto e tromba e si sente.
Tutto il cd marcia in un vortice convulsivo dove idee, contaminazioni e rumori convivono in armonia. Per i Bron Y Aur lo studio di registrazione è come un banco di esperimenti, dove manipolare e studiare nuove formule. Certo dal vivo ricordare e riproporre in modo identico sarà difficile, ma potrebbe aprire altre mille strade. Da ascoltare.

Suburbia
Roberto Bonfanti

A volte la puntualità serve a qualcosa; Purtroppo però non sempre si riesce a rispettarla così, fra il traffico ed intoppi vari, questa volta mi sono perso i primi minuti dello show dei MADRIGALI MAGRI che per l'occasione presentano il nuovissimo album "Malacarne", uscito da pochissimi giorni. I 25 minuti a cui ho assistito, però sono ampiamente bastati a lasciarmi completamente affascinato dalle sonorità del gruppo che, questa volta in versione solista, con il solo Succi alle chitarre e alla voce riesce a creare atmosfere incredibili, ricche di una pathos fuori dal comune. Un set a dir poco minimalista all'interno di un piccolo parchetto in prossimità dei C.A.S. di Inzago: un piccolo palco illuminato solo da due sobri faretti rosa ed al centro un uomo solo, che lascia che sia solo la musica a parlare, suonando i brani uno dopo l'altro senza interruzioni; Chitarre elettriche o acustiche scordate o accordate nei modi più strani, percosse o usate in modo tutt'altro che usuale, creano una lunga scia di dissonanze e suoni apparentemente stonati ma ricchi di un fascino indescrivibile e, in mezzo a tutto questo, i sussurri sofferenti della voce appoggiano le loro poesie, disegnando dei blues malati, intrisi di emozioni senza un luogo nè un tempo che trasformano questo angolo della Lombardia e questa fresca serata di Settembre in qualcosa di magico. Peccato che le cose più belle debbano sempre finire troppo presto. A seguire i BRON Y AUR fanno le prove generali in vista del loro grande appuntamento al Tora Tora Festival fra pochi giorni in cui saranno il primo gruppo strumentale invitato alla kermesse di Manuel Agnelli e sarà curioso vedere come il pubblico riuscirà ad assimilare una proposta tanto diversa da quelle sentite fino ad ora. Il quartetto presenta un post-rock estremamente nervoso, ricco di spunti jazzati che rendono il tutto particolarmente imprevedibile. Niente arpeggi nè atmosfere dilatate: solo chitarra, basso e batteria che, usando pochissimi effetti, dialogano fra loro con continui ed inaspettati cambi di ritmo, quasi come fossero un vero e proprio quartetto jazz, spesso dando quasi l'impressione di trovarsi nel bel mezzo di vere e proprie improvvisazioni. Un buono spettacolo che certamente non si può definire come qualcosa di facile ascolto ma, nonostante ciò, l'imprevedibilità e le ritmiche jazzate del quartetto riescono a catturare completamente l'attenzione del pubblico mantenendola viva dal primo all'ultimo secondo. Casomai qualcuno avesse avuto ancora bisogno di una dimostrazione del talento che la musica italiana riesce ancora oggi ad esprimere, questa era la serata giusta.

Atalante
Vieri Brini

"Recorded between 13 & 16" questa è la dicitura che troviamo riportata nel libretto interno del cd dei Bron y aur. Infatti il lavoro che mi trovo a recensire è il frutto della sperimentazione nata in studio dalle contorte menti dei Bron y aur e sapientemente registrata con il supporto del Magister mob. Studio nel lontano luglio 2000. Le otto tracce che compongono "Between 13 & 16" sono strutturate come delle lunghe suite strumentali dove l'improvvisazione la fa da padrone.Un lavoro sicuramente non per tutti ,data la particolarità della proposta, e di difficile catalogazione viste le variegate influenze e stili proposti ( si passa da atmosfere post-rock a momenti rumoristi a parti quasi ambient). Oltre a chitarre e percussioni quest'opera vede anche l'uso di strumenti a fiato quali clarinetto , sax e trombone che conferiscono un maggiore effetto straniante alle composizioni dei Bron y aur. Non c'è una canzone che può essere citata rispetto ad un' altra visto che , per come è strutturato questo full lenght, va ascoltato dall'inizio alla fine nella sua completezza. Da sottolineare il sempre ottimo packaging del cd ,caratteristica peculiare della Wallace Rec.

Subrock
Simone Capodicasa

Dopo un demo e un disco d'esordio impremiato di Zeppelin, a partire dal nome del gruppo; i Bron y aur, giunti al
momento di registrare il loro secondo disco sulla lunga distanza, entrano in studio, e in 3 giorni (between 13 & 16, appunto) stravolgono radicalmente il materiale in loro possesso. L'improvvisazione, che in questo disco non faticherei a chiamare "strumento musicale", tant'e' la sua funzione; e' selvaggia, spietata, gestita alla grande da Fabio Magistrali, nome apprezzatissimo e molto ricercato in ambito underground. Il gruppo, in questi tre giorni di studio elimina completamente tutto cio' che risulta rientrante in uno schema musicale preciso, rendendo praticamente mai sentita la loro proposta. Dopo una prima traccia che spiazza pesantemente l'ascoltatore, inizia il disco vero e proprio, tra giri di chitarra, feedback e loop da malati di mente. Il quartetto archivia tutto quello che aveva fatto in passato e rinasce, fondendo atmosfere seventies con free jazz (molto), e tutte le etichette quali post, avant, ecc... che farebbe accapponare la pelle a chi dovrebbe cercare di etichettare il genere proposto (un brutto vizio che hanno i giornalisti). Il miglior brano del disco, secondo noi e' la cadenzata e incisiva "Das Ure Loch"; brano in cui la band riesce a miscelare al meglio tutte le sue svariate influenze. Racchiuso nel solito raffinatissimo booklet cartonato (marchio di fabbrica per le produzioni Wallace Records), il disco è da divorare con le orecchie.

Freak out
Francesco imperato

È quasi inevitabile che quando un gruppo di persone trascorre la gioventù ascoltando hard rock e/o metal e durante la successiva fase della "maturità" si avvicina a materiale più sperimentale o comunque orientato al free jazz piuttosto che al kraut rock, nel momento in cui decide di mettere in piedi una band suoni come i bron y aur. A questo punto interviene un ulteriore fattore discriminante, poiché i musicisti che si avventurano nell'impresa devono essere musicisti in quanto tali e non solo persone in cerca di hobby per piovose serate autunnali. Inoltre, se la scelta è quella di affidarsi all'istinto, devono anche essere in grado di improvvisare con cognizione di causa. Proprio quello che sanno fare i bron y aur. Se poi desiderano far sì che quanto inciso in presa diretta possa avvalersi di un trattamento supplementare di riguardo in fase di mixaggio e riassemblaggio allora dovrebbero affidarsi a fabio magistrali di a short apnea. Esattamente quello che hanno fatto i bron y aur. Certo che tutto ciò sarebbe importante, ma non determinante se venisse meno l'essenziale capacità di ricavare composizioni che abbiano senso compiuto pur nella ricerca di soluzioni particolari e articolate, senza risultare effimere e fini a se stesse. E anche qui i bron y aur segnano un punto a loro favore, il che dovrebbe rassicurarvi definitivamente sulla bontà di 'between 13 & 16'.

Music club
Roberto michieletto

È quasi inevitabile che quando un gruppo di persone trascorre la gioventù ascoltando hard rock e/o metal e durante la successiva fase della "maturità" si avvicina a materiale più sperimentale o comunque orientato al free jazz piuttosto che al kraut rock, nel momento in cui decide di mettere in piedi una band suoni come i bron y aur. A questo punto interviene un ulteriore fattore discriminante, poiché i musicisti che si avventurano nell'impresa devono essere musicisti in quanto tali e non solo persone in cerca di hobby per piovose serate autunnali. Inoltre, se la scelta è quella di affidarsi all'istinto, devono anche essere in grado di improvvisare con cognizione di causa. Proprio quello che sanno fare i bron y aur. Se poi desiderano far sì che quanto inciso in presa diretta possa avvalersi di un trattamento supplementare di riguardo in fase di mixaggio e riassemblaggio allora dovrebbero affidarsi a fabio magistrali di a short apnea. Esattamente quello che hanno fatto i bron y aur. Certo che tutto ciò sarebbe importante, ma non determinante se venisse meno l'essenziale capacità di ricavare composizioni che abbiano senso compiuto pur nella ricerca di soluzioni particolari e articolate, senza risultare effimere e fini a se stesse. E anche qui i bron y aur segnano un punto a loro favore, il che dovrebbe rassicurarvi definitivamente sulla bontà di 'between 13 & 16'.

02
Barnaba ponchielli

Tornano i milanesi bron y aur, rivoluzionando il proprio suono hard-psichedelico, su coordinate free jazz-rock, sognanti e astratte, costruito su quattro giorni di prove e improvvisazioni, successivamente riordinate in studio con gli overdub di edoardo ricci e jacopo andreini, e il mixaggio finale di fabio magistrali. Le coordinate sono quelle degli a short apnea, ma con un sapore meno criptico e oscuro. Un'altro esempio di come lo studio di registrazione e la registrazione stessa possano diventare vero e proprio strumento musicale aggiunto.

Coop
Francesca ognibene

Impro jazz psichedelia umorale per il secondo disco di questo quartetto di milano. Insieme dal 1995, i bron y aur
avevano esordito con un album omonimo per la beware! Nel '99. Between 13&16, vede la partecipazione di ben tre
etichette nella produzione e degli ospiti, edoardo ricci e jacopo andreini, che suonano entrambi il sax alto. Questi ultimi, musicisti da sempre poliedrici e buffi, danno una certa gaiezza all'album come potrete sentire in drum insert, nella parte finale di terzo lato e in getroch: +-3 grom. Terzo lato, in particolare è una passeggiata a bordo di un aliante attraverso alti e bassi del cielo guidati dai giochi di corde delle chitarre di fausto e luca. Il batterista marco mazzoldi dà invece il meglio di sé nella claustrofobia getroch +-3 grom. Alcuni titoli dei brani sono in tedesco, tanto per ricordarci che hanno amato il kraut rock, come se non si sentisse. Fabio magistrali infine ha registrato il disco e bene. Sento dei passi e dei scampanellii! Non sarà mica alfred hudson? Consigliatissimo.

Rocksound
Stefano gilardino

Doppia razione di uscite per l'accoppiata wallace e beware, senza dubbio tra le più interessanti etichette al margine della scena indipendente italiana. Quasi sempre proposte di nicchia, quasi sempre a livelli eccellenti. Nemmeno questi due nuovi cd fanno eccezione. Decisamente più difficile l'ascolto di bron y aur che, nonostante le discendenze zeppeliniane del nome, giocano con un rock free-form dalle ascendenze kraute e con pezzi dilatati e decisamente abrasivi. Un netto passo avanti rispetto all'esordio.

Rock it
Emiliano colasanti

Non sono certamente un gruppo adatto a tutti i tipi d'orecchie questi bron y aur, e difficilmente sentirete un loro brano in radio, figuriamoci poi un video. E tutto questo è un vero peccato, perché i quattro ragazzi di milano e dintorni ci sanno fare davvero. La loro musica è difficilmente etichettabile, ma certo non si può negare il loro talento nel proporre composizioni valide in grado di muoversi tra free-jazz e kraut rock ma suonate con un approccio - anche se asserirlo sembra una follia, ne sono cosciente - da band hard rock (!). Questo disco, registrato tra il 13 e il 16 luglio 2000 e mixato solamente durante lo scorso inverno, con la preziosa guida di fabio magistrali, ormai quasi una sorta di jim o' rourke nostrano, prende il via da una serie di improvvisazioni effettuate dal quartetto e in seguito rielaborate e riassemblate con l'aiuto di ospiti preziosi come jacopo andreini, con il suo sax 'impazzito', ed edoardo ricci al trombone e al clarinetto. Musica d'avanguardia quindi, in grado di alternarsi tra chitarre dissonanti, tastiere e strumenti a fiato senza mai risultare noiosa o fine a se stessa ma incuriosendo ed appassionando l'ascoltatore grazie, soprattutto, a continui ed interessanti cambi di atmosfera. Un ottimo lavoro, certo non adatto a tutti come si diceva al principio, ma certamente da ascoltare con attenzione e che ci conferma i bron y aur come uno dei nomi cardine della nuova scena italiana.

Inside sound
Filippo perfido

Un bel disco è un bel disco, indipendentemente da quello che dicono i critici. E questo "between 13 & 16" dei bron y aur è sicuramente un bel disco, un gran bel disco. Difficile, ambizioso, a tratti ingenuo, ma un gran bel disco. Uno di quello da comprare, insomma, soprattutto se siete ancora degli appassionati di musica rock ma allo stesso tempo cercate qualcosa di strano, per certi versi sperimentale, anche se fondamentalmente e profondamente legato a una tradizione solida quanto quella del rock and roll o del rhythm & blues, una tradizione che va da "bitches brew" di miles davis agli storm & stress, tanto per fare due esempi lontani nel tempo. Il disco, nato da una collaborazione fra tre ottime indies italiane (wallace, burp e beware!) È il secondo per la band, quello della svolta. Il primo infatti era ancora molto legato a un certo hard rock psichedelico anni '70 che tradiva (fin dal monicker, per la verità) una vera e propria devozione nei confronti dei led zeppelin. Questo no. Questo qui è una cosa completamente diversa. Qui siamo di fronte a otto tracce bellissime e indefinbili che lasciano un po' perplessi quando sono troppo "free form" (l'introduttiva "drum insert") ed esaltano addirittura quanto hanno una struttura bella solida su cui far volare le menti e gli strumenti (la seconda traccia "das üre loch" e la terza, senza titolo). By the way, i critici hanno parlato benissimo di questo "between 13 & 16" dei bron y aur, che come ho detto all'inizio è davvero un bel disco, un gran bel disco.

Komakino
Paolo miceni

Dislessico free-post-rock? Almeno in apertura, perché i bron y aur, del milanese, sfoggiano ottime crisi epilettiche d'improvvisazione, ricordi kraut rock, per poi fare scelte + lineari e meno ultra_nervose dal secondo pezzo in poi, per poi affrontare umori un po' + sul free_jazz su terzo lato, uso di clarinetto, sax alto, trombone, tromba, atmosfere grigie. La seconda parte_suite di getröch: + 3 gröm spezza zittendo alla gastr del sol di crookt crackt or fly. Sì, forse questo cd è proprio 4 giorni di improvvisazione, immortalata dal 13 al 16 luglio. Registrato grandiosamente, un mixing davvero invidiabile, belle atmosfere, - fossero venuti dall'oltreoceano sarebbero sicuramente stati venerati, - per me però è roba trita e ritrita, bello bello bello, però basta, - oltre a vietare alla gente di suonare cover dei black sabbath, stairway to heaven, dovrebbero mettere do not post-rock here, please. Molto carina la confezione multiscomparto in cartoncino del cd.

Dyslexic free-post-rock? At least at early listening, because the bron y aur, from arounds of milan, north italy, play excellent epileptic crisis of improvisation, kraut rock memories, - then to converge torwards more linear choices from the second track on, - affording free_jazz moods on terzo lato, using also a clarinet, sax alto, trombone, trumpet, grey atmosheres. The second part_suite of getröch: + 3 gröm breaks the cd diminishing à la gastr del sol of crookt crackt or fly. Ok, probably this cd has been right 4 days of full improvisation, - immortalize since 13th to 16to july. And very well recorded, a mixing enviable indeed, beautiful environments, - probably if they were came from oversea downhere would have been surely idolized, - - anyway, as regards me this music is trite, hackneyed, and rehashed, - i mean: beautiful, beautiful, beautiful but stop.. - beside forbidding people to play black sabbath's cover, as well stairway to heaven with your guitar, some should expose a notice saying do not post-rock here, please. - a multi-section package very nice indeed.

Sub rock
Simone capodicasa

Dopo un demo e un disco d'esordio impremiato di zeppelin, a partire dal nome del gruppo; i bron y aur, giunti al
momento di registrare il loro secondo disco sulla lunga distanza, entrano in studio, e in 3 giorni (between 13 & 16, appunto) stravolgono radicalmente il materiale in loro possesso. L'improvvisazione, che in questo disco non faticherei a chiamare "strumento musicale", tant'e' la sua funzione; e' selvaggia, spietata, gestita alla grande da fabio magistrali, nome apprezzatissimo e molto ricercato in ambito underground. Il gruppo, in questi tre giorni di studio elimina completamente tutto cio' che risulta rientrante in uno schema musicale preciso, rendendo praticamente mai sentita la loro proposta. Dopo una prima traccia che spiazza pesantemente l'ascoltatore, inizia il disco vero e proprio, tra giri di chitarra, feedback e loop da malati di mente. Il quartetto archivia tutto quello che aveva fatto in passato e rinasce, fondendo atmosfere seventies con free jazz (molto), e tutte le etichette quali post, avant, ecc... Che farebbe accapponare la pelle a chi dovrebbe cercare di etichettare il genere proposto (un brutto vizio che hanno i giornalisti). Il miglior brano del disco, secondo noi e' la cadenzata e incisiva "das ure loch"; brano in cui la band riesce a miscelare al meglio tutte le sue svariate influenze. Racchiuso nel solito raffinatissimo booklet cartonato (marchio di fabbrica per le produzioni wallace records), il disco e' da divorare con le orecchie.

Succo acido
Francesco imperato

Ha basi concettuali nell?improvvisazione tout court il nuovo capitolo dei bron y aur, licenziato stavolta dalla sacra triade burp, wallace e beware. E l?esperimento è pienamente riuscito a giudicare dalla freschezza con cui queste otto tracce scorrono e si sviluppano nei tortuosi gran canyon del free rock. Ad un primo ascolto sembrerebbe che i nostri abbiano compiuto una svolta netta rispetto al primo omonimo disco che trasudava di psichedelia ma a ben ascoltare i due dischi sono legati a filo doppio almeno nei punti di partenza (psichedelia e free form) per poi approdare su terrenialtri.
Scorci di una matrice seventies sono ancora ben visibili nella lunga ma inesorabile evoluzione di ? Das ure loch? E nell?arpeggio di chitarra acustica ( sembra un campione preso da un qualsiasi disco degli zep tanto è rappresentativo )che si fa strada, a forza, nella settima traccia-dal-titolo-impossibile-da-scrivere, tra le incursioni dei fiati monotonali di andreini e ricci, ma sono solo le ultime resistenze ad una metamorfosi che con lo scorrere del disco richiama agli ultimi don caballero o agli a short apnea, per rimanere a casa nostra. Non a caso, dietro il mixer siede fabio magistrali che degli asa è lo smanettatore principale. Metamorfosi quindi che avviene lasciandosi semplicemente andare, e il risultato si ?porta il cervello? Con estrema naturalezza e serenità. ?between..? Si dispiega piano piano, si srotola con la stessa piacevole lentezza con cui, ad esempio, si aggiungono i tanti piccoli particolari che fanno bello un quadro.

Aktivirus
Mauro di natale

Bron y aur elaborano in tre giorni (tra il 13 ed il 16 luglio 2000) un pasto di digestione molto difficile, anche per chi di musica ne mastica parecchia e da parecchio tempo. La ricetta, secondo le tradizioni della migliore cucina creativa, è quanto di più semplice - e complicato al tempo stesso -si possa immaginare: dagli avanzi di luculliani banchetti a base di jam-session in sala prove, i nostri hanno conservato le parti più succulente (cioè le improvvisazioni più spontanee e libere, le più fresche), eliminando tutto quanto sapesse di già elaborato e instradato verso un processo compositivo definito. Il risultato è un'insieme di sapori nuovi, ai quali i tre chef andreini, ricci e magistrali hanno aggiunto il tocco finale con l'assemblaggio e col trattamento dei materiali in cucina (leggi sala di registrazione). Ma che cos'è allora, "between 13th and 16th " , un disco od un piatto della nouvelle cousine? Beh, ormai dai dischi targati wallace sappiamo cosa aspettarci: le bands diventano vere e proprie orchestre, tanti sono gli ospiti e gli amici che partecipano ai dischi, e gli studi di registrazione diventano perfetti atelier sonori, dove i musicisti sperimentano e improvvisano disarticolati percorsi che forse non saranno puro jazz, ma diversamente farebbero impazzire chiunque nel tentativo di darne una definizione. Di conseguenza, paragonare questo disco ad un piatto culinario, risulta senz'altro più agevole che raffrontarlo alla maggiorparte di quanto, in campo musicale, si trova in circolazione in questo momento. L'unico mio consiglio è di non abusare di dischi come questo: come per la cioccolata, a mangiarne troppa viene il mal di pancia. Meglio sapersi controllare e spiluccare ogni tanto.

Metallus
Theo segale

"last summer, four days, sort of countryside. No plans, no words, just playing. We picked the meaningful, then a
couple of friends added their beautiful voices". Una dichiarazione che ti aspetteresti da un gruppo emo, no?
Un'atmosfera idilliaca, amici che suonano. Male che ti vada ti becchi un disco grunge. E invece con i bron y aur le cose vanno molto diversamente. I quattro giorni sono di improvvisazione libera, scorrevole. Improvvisazione di quella vera e ispida, ci sono anche fiati assortiti, trombe e quant'altro. Risparmiandovi pipponi già sentiti da gente più esperta di noi sull'intendere lo studio come un ulteriore strumento, vi diciamo che i bron y aur entrano poi in uno di essi (studio, non strumento) con fabio magistrali -che se lo chiamano magister ci sarà ben un motivo-, si siedono ad un tavolino e si ascoltano tutta quella roba. Qualsiasi passaggio che una mente profana potrebbe giudicare come intenzionale viene scartato e tagliato, il resto assemblato attraverso mysterious ways. 100% di improvvisazione, roba che nemmeno l'uomo del monte oserebbe dire di no. Ma a doverla ascoltare poi com'è? Mortalmente noiosa? Fatalmente autoerotica?
Tutt'altro, un paio di pezzi sparano anzi un bel groove, per esempio 'das üre loch": minacciosa e incombente. Ci piace anche 'terzo lato (of what could have been a double lp)', che è una plausibile versione perversa delle orbite più esterne dei motorpsycho. Cosa, ancora? Il fluire silenzioso e stranito di 'speed 6 / intensity 10' e 'table faust', per esempio. Al di là di tutte le considerazioni "kraut", "post" e simili, 'between 13 & 16' è una sorta di istantanea passata al photoshop dai colori sfumati e intriganti e dalla risoluzione variabile che ritrae, molto semplicemente, delle persone che suonano.
Se vi piacciono le cose imprevedibili e dotate di capo e coda svitabili sono qui per servirvi. In chiusura una preghiera: non fermatevi all'iniziale 'drum insert'. I bron y aur, bastardi che sono, ce l'han messa tutta per scoraggiarvi con quel popò di delirio iniziale. Usatelo semplicemente per prendere le misure, ci vediamo di là.

Tiscali
Andrea girolami

Dopo le "avventure" oblique e distorte degli anatrofobia, di cui ci siamo trovati a parlare poco tempo fa sempre in questa sede, eccoci nuovamente davanti ad un gruppo che non si preoccupa di leggere il manuale d'istruzioni (ma in questo caso sarebbe meglio parlare di "distruzioni") della canzone italiana prima di mettersi al lavoro. Il disco dei bron y aur che ci troviamo tra le mani, nella sua bellissima e lussuosa confezione digipack (quasi un marchio di fabbrica per l'ottima label italiana beware!) È il frutto di una casualità controllata. Al momento di registrare il nuovo materiale i bron y aur (dice niente il nome? E' quello del villaggio gallese dove è nato "led zeppelin iii") hanno deciso di intraprendere la strada più difficile: eliminare tutto quello che era stato precedentemente deciso in sala prove e conservare solo il frutto dell'improvvisazione in studio. Un pasto difficile da digerire, anche per chi fosse abituato alle svisate dei post rockers (con i quali per altro hanno ormai poco o nulla a che fare) o ai giri della morte dei virtuosi del jazz. Inutile anche cercare di trovare un nucleo tematico o un cuore creativo pulsante: la musica scorre dall'inizio alla fine, (attraverso una serie di titoli criptici: "table faust", "getroch + - 3 grom") come lava colante: inarrestabile e pericolosamente decisa ad urticare le orecchie di chi dovesse passare di qui solo per caso.

Musicboom
Carlo crudele

Sono cresciuti, i bron y aur. Ce li ricordavamo immersi nei riffoni zeppeliani sin dal loro avvincente demotape loops; poi -dopo un omonimo red album frettolosamente overlooked dal pubblico, dalla critica e finanche, pare, da loro stessi più nulla per un po'. Mi si disse che c'era materiale, che era tutto pronto, ma che labels interessate al prodotto non se ne vedevano. Beh, se questo era il materiale che il quartetto lombardo presentava in giro, posso capire le labels: i bron y aur di between 13 & 16 si sono rifatti il trucco ed hanno deciso di compiere un passo difficile che molti auspicavano. Un rock di pur ampie vedute come quello cui i quattro erano soliti ancorarsi, che mescolava con nonchalance floyd e hendrix, era infatti divenuto angusto per una band dalle qualità talmente manifeste: la loro cifra stilistica rischiava di marchiarli a fuoco.ecco quindi il nuovo lavoro, prodotto da beware!, Wallace e burp: un lavoro solenne, adulto, meritorio di ogni attenzione tanto da far svanire nelle nebbie il percorso precedente del gruppo. Free jazz e noise innestati su un post-rock finalmente "for the masses", con le care influenze seventies a fare da mero cameo (come nella convulsa das ure loch): i nuovi bron y aur ripartono da zero e riescono a ricostruirsi un'identità in otto lezioni di stile. Dal free deragliante di drum insert (guest star lo jacopo andreini che avete letto anche su musicboom) e dalla calma apparente di speed 6/intensity 10, dai crescendo sospesi di table faust e dagli intermezzi stralunati 3 ed alfred hudson emerge una maturità artistica impensata, valorizzata dalla produzione dell'onnipresente fabio magistrali, che colpisce ancora di più se si tiene conto che tutti i brani sono quasi interamente improvvisati e suonati in presa diretta, come spesso accade per i bron y aur. In between 13 & 16 c'è un'urgenza espressiva che abbiamo ormai imparato a ricercare nei lavori delle labels produttrici dell'album, ma il cui rabbioso urlo mai avremmo abbinato ai bron y aur di loops: una band rinata, che rivitalizza e ricrea il proprio sound entrando di prepotenza in quella scena italiana che va dai madrigali magri agli anatrofobia, e che sarebbe ormai difficile sminuire. Dieci e lode.

Blow up
Stefano bianchi

Ne è passato di tempo, dall'omonimo esordio di fine '99 (bu#20). I milanesi bron y aur nel frattempo sono cambiati
radicalmente - non me ne vogliano ma par proprio di sentire un altro gruppo. Se non suonava poi male neppure quel
misto frutta di hard seventies e dissonanze post punk, stavolta ci troviamo esattamente, e in tutti i sensi, su un altro pianeta. 'Folgorati dal kraut rock tedesco e dal free jazz', i bron y aur, hanno messo mani e piedi in spalla (fausto e luca alle chitarre, fiè e marco alle percussioni), hanno chiamato a collaborare gentaglia come edoardo ricci (clarinetto basso, tromba, sax e trombone), jacopo andreini (sax e tromba) e fabio magistrali (registrazione e mixaggio) e hanno registrato il disco 'italiano' più bello degli ultimi anni. Dispiace un po' dover adempiere all'ingrato ma doveroso compito della disamina track-by-track perchè costringe e ridimensiona, inevitabilmente, la forza personale della band; potrei alludere, per facilitarmi il lavoro, alla versione 'free rock' degli a short apnea sapendo bene di far del male a entrambi.
Perchè drum insert è una gustosa improvvisazione per fiati e chitarre sghembi e dissonanti, das ure loch parte come tentativo di mettere ordine a partiture dislessiche alla stormandstress ma trova forma e luogo in altro non identificato dalle parti del fripp di 'red' e la lunga terzo lato, snodo attorno a cui sembra trovar centro e riflettersi tutto il disco, si ricollega, senza la minima ombra di nostalgia, da un lato alle suit post-progressive post-canterbury e dall'altro a una cosa che mi parrebbe un montante quicksilver. Poi è la volta di speed 6 / intensity 10, risonanze e colloqui sommessi come cenni di riff che non sanno partire e si raggomitolano in sè; di table faust, un po' di lavoro di studio, psichedelia acida, liquida, sospesa nel vuoto; di getroch: +3 grom, ancora oltre i dieci minuti, un guizzo d'elettrico zappa e un altro d'hendrix paranoico, un giro di chitarra acustica e un levare di fiati (oh, gastr del sol...) Che sono la sofferta dichiarazione d'indipendenza del gruppo: se das ure loch è la testa dell'album, questo ne è il cuore pulsante. A chiudere alfred hudson, frammenti e frattaglie, ossi di seppia para-elettronici, riflusso. Un album indubbiamente difficile e altrettanto coraggioso, una musica che alienerà i fan precedenti del quartetto lasciando il campo aperto e interrogativo su quanti ne arriveranno. Un disco d'improvvisata che rifugge le sabbie (im)mobili del genere donandogli calore e stabilità emotiva non legata al momento ma larga, grande, vistosamente destinata al futuro. Se quest'album uscisse con nomi e tipi americani s'alzerebbero braccia al cielo e si canterebbero gloria ai loro padri, a loro che sono figli e, potete scommetterci, anche a certi spiriti santi. (8), ma tendente al rialzo

Rumore
Andrea prevignano

Nonostante il nome tradisca passioni zeppeliniane, si sappia che il gruppo milanese suona in questo momento quanto
di più diametralmente opposto al riff whole lotta love. La band stessa racconta di come between 13 & 16 sia il risultato di una sottrazione. In studio per registrare il loro secondo lavoro i quattro si sono accorti di quanto il procedimento creativo superasse la creazione stessa. E di come le parti improvvisate prendessero il sopravvento su quelle ordinatamente predisposte. Eliminate le ultime, è risultato un album stridente, estremamente frammentato, suonato sulla china di intervalli irregolari e dissonanze, dove però la brutalità dell'improvvisazione non cede mai a un disegno ritmico e armonico che c'è e appare assai lucido. Gli interventi ai fiati di jacopo andreini e edoardo ricci rendono ancora più pregnante questa piccola ma orgogliosa prova free rock.

Il mucchio selvaggio
Aurelio pasini

E' un percorso di progressivo allontanamento e scardinamento dei canoni della forma-canzone, quello che caratterizza la produzione dei lombardi bron y aur, secondo una tendenza messa in mostra già nell'omonimo esordio datato 1999 ma ora definitivamente allo scoperto. Registrato tra il 13 e il 16 (da qui il titolo) luglio 2000, il disco raccoglie dieci tracce frutto principalmente di improvvisazioni e riassemblaggi a cui ha preso parte anche un "guastatore" del calibro di jacopo andreini, il cui sax sferragliante segna alcuni dei momenti più efficaci. A tratti, come nella krautiana das re loch oppure in table faust, le atmosfere si avvicinano a quelle del post-rock più "chitarroso", mentre altrove - ad esempio nell'iniziale drum insert, dove peraltro la batteria è quasi assente - l'operazione di decostruzione si fa più estrema, allontanando la band da qualsiasi concessione nei confronti delle aspettative dell'ascoltatore e, insieme, avvicinandola a quanto sperimentato da formazioni quali madrigali magri o a short apnea. La sezione ritmica quindi si dirada o per lo meno viaggia su binari propri, permettendo a chitarre e a occasionali tastiere e strumenti a fiato di esprimersi in soluzioni tanto free quanto, a seconda dei casi, dissonanti, cupe e perfino vagamente jazzate (la tromba in il terzo lato). E il risultato è un coacervo di ambientazioni non convenzionali ma senz'altro fascinose per chi è abituato a certe frequentazioni sonore, e per fortuna ancora più vicine alla sperimentazione creativa che non a un isolazionismo solipsistico e fine a se stesso.

Fastidis
Roberto canella

Sempre in ambito 'post' ma in direzione decisamente più sperimentale ecco il secondo cd sulla lunga distanza dei bron y aur fatto uscire in collaborazione con wallace e burp (burpenterprise@yahoo.com). Fra imperscrutabili movenze freeform e brevi pause, fra chitarre apparentemente senza bussola e la tromba sfiatata dell'ubiquo jacopo andreini, cose che esplodono e che strisciano, fra echi seventies e oltre, "between 13 &16" fa di tutto per spiazzare l'ascoltatore. C'è lo zampino di paolo cantù e fabio magistrali degli a short apnea, a cui in parte i bron y aur si rifanno, e si sente.
Questo cd ti porta dove ti vuole, ma non sempre è dove vuoi andare anche tu... E i risultati? Sono spesso apprezzabili e a volte esaltanti (das ure loch, 3), e ormai non meraviglia che l'italia possa sfornare gruppi di tale fatta. Tuttavia, proprio per la sua natura mutante, per la sua (programmatica) improvvisazione, non sempre tutto gira per il meglio. Insomma fra tante emozioni suscitate dal disco da un lavoro così inquieto ce n'è anche una poco piacevole: la noia. Ma chi me lo dice che se lo riascolto un'altra volta non cambi ancora idea? Tutto è possibile.

I-dbox
Michele saracino

Seconda uscita ufficiale del quartetto milanese bron y aur. In quest'album - una coproduzione di tre intelligenti
etichette italiane, burp, beware! E wallace, e registrato sotto l'elegia di fabio magistrali - i quattro sono coadiuvati da edoardo ricci e jacopo andreini ai fiati. Nel press di presentazione il disco è descritto come una specie di "riordino e selezione del materiale" abbozzato in sala prove nell'inverno scorso. La prima impressione che si trae ascoltando l'album riguarda la produzione: quasi a flusso di coscienza… una sorta di flash-back emotivo, si potrebbe dire, gravido di tutto quello che i quattro hanno provato e improvvisato. N'esce, come è facile immaginare, un suono a volte livido altre sospeso; una massa sonora malleabile dalla mente dell'ascoltatore, capace di prendere e perdere forma davanti ai nostri occhi. Come ascoltare un processo produttivo. Certo è difficile descrivere suoni che sono così collusi con le sensazioni peculiari dell'ascolto. Posso dire come in certi punti traspaia il viscerale amore (ricordato nel presspaper) per i led zeppelin e i black sabbath (si ascoltino attentamente certe "forme" in "terzo lato"), come in altri si sentano momenti topici alla television (nell'innominata terza traccia) o come questa tipologia sonora (questa plastilina sonora…) ricordi, ovviamente, certi faust e più recentemente i gorge trio (veramente molto influenti su molti gruppi italiani che mi è capitato di sentire…) o palesemente i gastr del sol nel finale di "getroch +-3 grom" o gli ultimi a short
apnea (per restare in abito italiano e vista la presenza tutt'altro che marginale di magistrali). Come potete vedere è più che altro una descrizione di affinità e certo non esaustiva. Un ottimo disco che si ascolta, lo dico per diradare le perplessità in chi legge questa recensione, piacevolmente.